Napoli Sotterranea – Alla scoperta delle caverne di tufo dove si coltiva a 40 metri di profondità

I primi scavi eseguiti dall’uomo nel sottosuolo di Napoli, risalgono a circa 5.000 fa, nel periodo meglio conosciuto come "Età del Rame".
Negli anni a venire, le attività di estrazione del tufo, utilizzato per edificare templi e palazzi, eseguite prima dai Greci, per fondare la città di Neapolis e costruire i primi ipogei funerari e in seguito dai Romani, che dotarono la città di strade sotterranee e di una maestosa rete idrica collegata alle sorgenti del Serino, hanno generato una città nella città. Nel corso dei secoli, l’intenza attività di scavo, ha dato vita al dedalo infinito, composto da enormi caverne e lunghi cunicoli, che ancora oggi desta meraviglia e stupore, affascinando migliaia di persone, che ogni anno visitano la Napoli sotterranea.



Napoli sotterranea (scala scavata)

Il 22 ottobre 1988 su "La Repubblica", Enrico De Vincentis, chiudeva un interessante articolo, dedicato alla mostra "sottoNapoli", una manifestazione promossa dall’Agip che si tenne presso il Castel dell’Ovo, con queste parole: "Non c’è solo pietra sotto le suole di chi calpesta Napoli. C’è buio, mistero, vuoto. E forse, domani, anche un fiore nascosto nelle serre avvolte dalle tenebre. Quello inventato da Marco Zanuso. Quello che nascerà quando l’ossigeno della città visibile soffierà la vita sul materiale di risulta che la Storia ha abbandonato in quella invisibile".

Con quelle parole, De Vincentis faceva riferimento all’idea di riqualificazione della Napoli sotterranea, presentata, insieme ad altri progetti, dall’architetto Marco Zanuso alla mostra "sottoNapoli". Tale progetto, prevedeva la realizzazione di gandi serre ipogee, da realizzarsi nelle cavità sotterranee della città partenopea.
Alla manifestazione parteciparono architetti e urbanisti famosi quali Carlo Aymonino, Oriol Bohigas, Mario Botta, Manuel de Sola Morales, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Eduardo Vittoria e appunto Marco Zanuso che vinse il concorso, ma il suo progetto, ritenuto troppo impegnativo in termini di costi, non venne mai realizzato.

A distanza di circa 30 anni, prendendo spunto dal tema "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita!" che ha dato il nome all’Expo 2015, tenutosi a Milano, l’associazione Napoli Sotterranea rifacendosi all’idea di Marco Zanuso, ha presentato il progetto Orti Ipogei che prevede la coltivazione di piccole piante da orto, basilico, prezzemolo, rosmarino, bacche di Goji, fragole e melograno, che crescono a circa 40 metri di profondità, nelle cavità delle grotte napoletane, alimentate solo da luce artificiale e che non necessitano d’acqua, in quanto l’umidità di quei luoghi, è sufficiente a garantirne l’idratazione.

A quella profondità, lontane da smog, piogge sporche, polveri inquinanti e parassiti, le coltivazioni ipogee di Napoli, sono seguite con estremo interesse da studiosi e botanici di diverse parti del mondo, che vedono in questo progetto, un interessante opportunità per studiare forme alternative di coltivazione, in ambienti non convenzionali.

by @vogliofatti

Dall’immortalità della medusa ai 500 anni della Vongola… Chi vive di più sul pianeta?

Qualche giorno fa ho festeggiato il mio compleanno e per l’occasione, sul mio profilo facebook, ho ricevuto molti messaggi di auguri, tra i quali, anche l’immancabile "100 di questi giorni!" e leggendolo, mi è venuto da pensare: "Cento compleanni presuppongono di dover vivere molto a lungo, ma davvero 100 anni sono da ritenersi un traguardo ambito e difficilmente raggiungibile per un essere vivente?" A quel punto mi si è accesa la lampadina della curiosità, ed ho iniziato a googolare in giro per il web alla ricerca della risposta. Inutile dirvi che lo stupore mi ha subito rapito quando, dopo alcune ricerche, mi sono imbattuto in un’articolo dedicato ad un organismo vivente, pressocchè immortale e molto diffuso sul pianeta. Ebbene si, l’immortalità esiste in natura e prende il nome di "Turritopsis Dohrnii" alias la "Medusa Immortale" Questo organismo, dopo aver raggiunto la maturità di polipo, ha la capacità di ritornare allo stadio di medusa e ricominciare un nuovo ciclo vitale, come la mitica Araba Fenice che risorgeva ogni volta dalle proprie ceneri.

Turritopsis Dohrnii
Hydra001.jpg
Fonte: Wikipedia (by Oinari-san)

Lasciando da parte la Medusa immortale, quello che ho scoperto con la mia ricerca è alquanto sorprendente, o almeno per me lo è stato.
Passo quindi ad elencare le creature, del regno animale, più longeve del pianeta.

Al primo posto troviamo una Vongola della specie "Arctica islandica", o Vongola oceanica. Il mollusco in questione, fu pescato nel 2006 nei mari islandesi, nel corso di uno studio sulle mutazioni del clima, guidato dal professore di Geografia fisica James Scourse. In quell’occasione furono pescate, issate a bordo e subito congelate, 200 esemplari di vongole. Analizzando le striature dei gusci al microscopio, fu stabilito che l’età di una di esse, in seguito denominata Ming (perchè associata al periodo storico della famosa dinanstia), fosse di circa 400 anni, ma in seguito, ripetendo l’analisi con la tecnica della datazione al radiocarbonio, si stabilì che l’età di Ming, al momento di essere issata a bordo, fosse stata di ben 507 anni! Alcuni riportano che Ming morì a seguito dei traumi determinati dalle analisi, altri affermano che il decesso fu causato dal processo di congelamento, fatto stà che la povera vongola diede la vita per la scienza!

Arctica islandica (Vongola Ming – 507 anni)
Ming clam shell WG061294R
Fonte: Wikimedia Commons

Nella scala degli esseri viventi più longevi del pianeta, registriamo un altro dato stupefacente, cica 400 anni! Il detentore di questo record è "Lo Squalo della Groenlandia" appartenente alla famiglia dei "Somniosidae". Raggiunge i 6/7 metri di lunghezza. Con una crescita di appena 1 centimetro ogni anno, lo squalo della Groenlandia raggiunge la maturità sessuale intorno ai 150 anni di età.

Somniosus microcephalus (Squalo Artico – 400 anni)
Somniosus microcephalus okeanos
Fonte: Wikimedia Commons

La classifica dei Matusalemme in natura, continua con una serie di abitanti marini che riescono a sopravvivere dai 200 anni, come nel caso della "Balaena Mysticetus" meglio conosciuta col nome di "Balena della Groenlandia", fino agli oltre 100 anni dell’Orca Assassina (ad una femmina di questa specie, deceduta a gennaio 2017, è stata attribuita la veneranda età di 105 anni). In mezzo a questi due fenomeni di longevità, troviamo altri esseri marini che, se lasciati in pace nel loro ambiente naturale, riescono a vivere un’esistenza lunga e felice, pensiamo ai 190 anni dello Scorfano dagli Occhi Ruvidi, ai 160 anni dell’Anguilla Europea, ai 140 anni della Carpa Giapponese, ai 120 anni del Pesce Specchio, fino ai 110 anni di Testuggini e Tartarughe giganti.

Balaena mysticetus (Balena della Groenlandia – 200 anni)

Granny (Orca Assassina – 105 anni)
Granny Orca
Fonte: Wikimedia Commons

Sebastes Aleutianus (Scorfano – 190 anni)
Red rockfish
Fonte: Wikimedia Commons

Anguilla anguilla (Anguilla Europea – 160 anni)
Anguilla anguilla
Fonte: Wikimedia Commons

Koi Carp (Carpa Giapponese – 140 anni)

Hoplostethus atlanticus (Pesce Specchio – 120 anni)

Tartaruga Gigante – 110 anni)

Lascio a voi le conclusioni. Per quel che mi riguarda, dopo quanto ho appreso da questa ricerca, continuo a pensare che la nostra aspettativa di vita, per quanto allungata nel tempo, non sia paragonabile a quella di altri esseri che popolano il pianeta e che, nonostante subiscano continue minacce dall’uomo come la distruzione degli habitat naturali, il commercio illegale di specie protette, il bracconaggio, e l’inquinamento ambientale, riescono a sopravvivere e a proliferare in ambienti estremi e in condizioni disastrose.

Il WWF ha calcolato che intere popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi e rettili si sono ridotte del 58% tra il 1970 e il 2012 e, qualche tempo fa, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha annunciato che ci troviamo di fronte ad una nuova era climatica, considerato che nel periodo 2015/2016, nella nostra atmosfera, la concentrazione media di anidride carbonica ha toccato le 400 parti per milione e che questo comporterà seri danni per molte generazioni future.
Meditate gente…. meditate!

by @vogliofatti

Gli allevamenti intensivi sono la risposta alla fame nel mondo? I dati dicono di no!

L’argomento che intendo trattare oggi, tocca vari aspetti, estremamente delicati, che riguardano principalmente la salute e l’ambiente con particolare riferimento alle abitudini alimentari adottate dalla maggior parte dei nuclei familiari del ceto medio.
Su Wikipedia, il termine "Allevamento Intensivo" viene definito in questo modo:
"L’allevamento intensivo è una particolare attività agricola che non necessita di nesso funzionale con un fondo: come ogni forma di allevamento, prevede la custodia, la crescita e la riproduzione degli animali, ma può essere svolta in ambienti confinati, anche in assenza di terreno sufficiente a garantire una produzione vegetale che soddisfi il potenziale fabbisogno alimentare dei capi allevati, lo smaltimento delle loro deiezioni e la percentuale tra superficie coperta e scoperta che contraddistingue gli insediamenti agricoli."

Io vivo a poche centinaia di metri da una delle principali industrie avicole italiane. In questo stabilimento si allevano e si macellano polli e tacchini, per la produzione di alimenti destinati alla grande distribuzione. L’economia della mia piccola città, in maggior parte, gravita intorno a questa mega industria, dove sono impiegate molte persone che conosco; per questo motivo, spesso ascolto e partecipo a discussioni incentrate sulle tecniche di allevamento intensivo.

In un qualsiasi supermercato, è possibile acquistare vaschette piene di cosce e petti di pollo, offerte al prezzo di pochi euro al kg; ma vi siete mai chiesti perchè la carne di pollo costi così poco? Ebbene, la risposta è tanto semplice quanto crudele, costa poco perché, negli allevamenti intensivi, è possibile ingrassare un pollo, fino a farlo pesare anche 2,5 kg, in meno di 6 settimane! Questo fenomeno è reso possibile dalla selezione genetica di alcune razze di pollame, che possono raggiungere il peso di macellazione in tempi estremamente rapidi. Questi sfortunati animali, vengono allevati in grossi capannoni costantemente illuminati, imbottiti di antibiotici e vaccini e nutriti con mangimi concentrati.
Non bisogna dimenticare che i metodi intensivi di allevamento, contribuiscono alla comparsa e alla diffusione di malattie come l’influenza aviaria e sono anche causa di intossicazioni alimentari dovute a numerosi batteri, tra i quali spiccano la salmonella e il campylobacter. Per prevenire queste infezioni, in avicoltura, vengono impiegati dosi massicce di antibiotici, che, a lungo andare, indeboliscono il sistema immunitario degli animali e causano la comparsa di superbatteri antibiotico resistenti, difficilmente debellabili; basti pensare che il 50% degli antibiotici utilizzati nel mondo, con punte che toccano l’80% negli Stati Uniti, finisce nel circuito degli allevamenti intensivi.

Per approfondire:
Carne di pollo basso costo, alta sofferenza
Caratteristiche dell’allevamento intensivo

Molti sostengono che gli allevamenti intensivi siano la risposta alla fame nel mondo, ma sarà vero?

  • Un terzo dei cereali raccolti nel mondo, viene destinato agli allevamenti industriali; se fosse destinato agli uomini, sfamerebbe 3 miliardi di persone.
  • Quasi tutta la soia prodotta nel mondo, viene impiegata per la produzione di mangimi e destinata agli allevamenti industriali; se fosse utilizzate per nutrire l’uomo, sfamerebbe un miliardo di persone.
  • Per ogni 100 calorie di cereali utilizzati come mangime, si ottengono appena 30 calorie date dalle carni o dal latte.
  • Occorrono circa 6kg di proteine vegetali per produrre 1kg di proteine animali.
  • Occorrono circa 15.000lt di acqua per produrre 1kg di carne, contro i 1.200lt per 1kg di mais e i 1.800lt per 1kg di grano
  • Ogni anno vengono abbattute 120.000km² di foreste per coltivare alimenti impiegati nei mangimi animali e per far spazio a nuovi allevamenti.

E per quanto riguarda le conseguenze all’ambiente causate dagli allevamenti industriali?

  • Inquinamento idrico, provocato dallo sversamento dei liquami nei bacini idrografici.
  • Piogge acide, causate dall’ammoniaca liberata nell’atmosfera.
  • Eccessiva acidità del suolo e delle acque.
  • Effetto serra.
  • Consumo del suolo.
  • Deforestazione.

Per approfondire:
Quanto inquinano gli allevamenti intensivi italiani

Dati alla mano, possiamo quindi affermare che, oltre ad essere una forma estrema di tortura per gli animali, gli allevamenti intensivi sono di fatto dannosi per la salute umana e per l’ambiente. Bisogna quindi cambiare le nostre abitudini alimentari riducendo drasticamente il consumo di carne e favorendo l’alimentazione di natura vegetale, alimenti come i legumi e gli ortaggi, sono ricchi di proteine, gustosi e nutrienti. Questo cambio di rotta, darebbe un forte segnale ai mercati e quindi alle grosse industrie, che dovrebbero adeguarsi, favorendo la produzione di alimenti alternativi alla carne e intraprendendo modelli di allevamenti estensivi o biologici, disincentivando di fatto i modelli intensivi.

by @vogliofatti